Contaminazioni

DI CHE EMOTICON SEI?
I DUEMILA E
PIÙ SENTIMENTI
DELLE FACCINE

Contaminazioni

La prima emoticon moderna fu usata nel 1982 dallo studente informatico americano, Scott Fahlman. Con una gran voglia di divertirsi, il ragazzo utilizzava il simbolo “:-)” per distinguere le frasi scherzose nelle conversazioni scritte. Oggi, emoticon – per intenderci, le faccine dalle mille espressioni – ed emoji –altri simboli pittografici simili – sono diffuse ovunque e utilizzati da chiunque. E la nuova moda che impazza sui social è l’Emoji Art: ovvero l’arte rivista e reinterpretata con le faccine.
Per intenderci: la faccina “angosciata” con la fronte azzurrina e le mani sulle guance che revoca il celebre Urlo di Munch.

  
L’inglese James Marshall nel suo dizionario online ha raccolto oltre duemila emoticon. Marshall ha iniziato negli anni ’90 e nel 2008 aveva compilato già una lista di 2231 smile, che copriva un’ampia gamma espressiva: dai sorrisi felici a quelli tristi.
Oggi le faccine rimpiazzano, spesso, il linguaggio non verbale nelle conversazioni “digitali”, fino ad arrivare all’eccesso di uno scambio esclusivamente attraverso i pittogrammi; e altro non è che una manifestazione della nuova realtà sociale che stiamo vivendo in questo millennio: sono sempre più i nostri smartphone a parlare tra loro, e non noi!
Eppure un recente studio, pubblicato sulla rivista Trends in Cognitive Science, della psicologa inglese, Linda Kaye, ha sottolineato come questi simboli svelino l’identità di chi li utilizza, e quindi potenzialmente possono creare ambiguità e difficoltà. Infatti, secondo la studiosa emoji ed emoticon possono arrivare a modificare la percezione che gli altri hanno di noi. Di fatto, non è l’età a influenzare l’uso delle emoji, né altri fattori economici o culturali, ma la personalità stessa della persona. Questa personalità può essere comunicata dalle faccine e anche, questo il rischio, essere fraintesa in base al luogo o all’interlocutore.
Il fatto è che se le emoji siano simboli universali, non significa che sia altrettanto “universale” il valore “emotivo” di cui noi carichiamo questi simboli. Non sempre le persone si conoscono profondamente e sono in confidenza, di conseguenza l’interlocutore dall’altro capo del telefono non sempre è in grado di interpretare correttamente la carica espressa dal “disegno” inviato.
  
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È interessante notare che questo scambio ormai sempre più fluente di simboli ci sta portando indietro nel passato: in un’era prealfabetica dove immagini e simboli erano la forma di comunicazione scritta. Per intenderci, l’esempio più noto sono i geroglifici degli antichi egizi. E secondo studiosi allarmisti questa tendenza rischia di impoverire sempre più la lingua scritta così come la conosciamo, fino a ritornare a un tipo di conversazione para-linguistica, ovvero, come i nostri antenati della preistoria che comunicavano tra loro per disegni, suoni e gesti. Non a caso, gli oltre 2000 emoticon o emoji ormai sostituiscono ampiamente gesti e tono di voce, rendendo spesso le espressioni verbali “forse” più modeste.

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