IL KNITTING DI STRADA
LO YARN
BOMBING
DI LICIA
SANTUZ

Persone

L’arte, in particolare nella sua forma più spontanea e incontrollata, ossia quella underground o “di strada”, rispecchia a pieno la nuova tendenza dell’etnico “mondano”. Un esempio di questa contemporanea pluralità di voci dal mondo è un tipo di graffitismo assai particolare che, a partire dagli Stati Uniti, ha contribuito a diffondere un senso di appartenenza e di comunità planetario, rallegrando molti luoghi del mondo con fili colorati tessuti a mano. Lo “yarn bombing”, o “guerrilla knitting” consiste nell’utilizzare la maglia o l’uncinetto per rivestire dolcemente alberi, sculture e altri oggetti inanimati in contesti urbani. Una nuova forma di arte ecologica, pacifica e femminile che sorprende, trasferendo il knitting da maglie, cuscini e rivestimenti vari di oggetti domestici al paesaggio delle città.
  
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I primi esempi di quest’arte urbana risalgono ai primi anni duemila, quando la titolare di un’attività commerciale di filati, Magda Sayeg, iniziò a rivestire le maniglie delle porte del suo negozio in Texas, con maglioni semilavorati da lei cuciti. Fino a evolvere la propria intuizione e arrivare a ricoprire interamente un autobus in disuso, esposto ora a Città del Messico. Da allora, sono nati stili e tecniche diverse e il fenomeno ha raggiunto proporzioni globali. Tra le più famose realizzazioni, il rivestimento del toro di Wall Street di Arturo Di Modica a opera di Agata Olek e la Fiat 500 intitolata “Mi ritorni in mente” di Giusi Marchetti, esposta alla rasse-gna annuale d’Arte Contemporanea Miniartextil. In tutta Europa, così come in Italia, sono nati spontaneamente gruppi di donne che diffondono lo yarn bombing per caratterizzare ambienti urbani e, in alcuni casi, sostenere iniziative sociali. Come nel caso dell’iniziativa Mettiamoci una Pezza, nata grazie alla collaborazione con l’associazione culturale aquilana Animammer-sa, nelle zone danneggiate dal terremoto del 2009. Mettiamoci una Pezza è un progetto di urban knitting ideato per denunciare il grigiore e l’ignavia delle istituzioni davanti alla di-struzione e all’incompetenza, tappezzando letteralmente la città di coloratissimi pezzi di stoffa arrivati da tutto il mondo. Dall’altronde, la vera natura degli oggetti a maglia è creare calore e conforto, e quando incontra l’ambiente urbano riesce a unire le persone.
  
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Abbiamo incontrato Licia Santuz, un’artista di origini italiane che ha trascorso gran parte della sua vita in altri continenti, dall’Africa al Cile, ma soprattutto in Argentina. Ci ha raccontato la sua esperienza quale prima yarn bomber del paese, e la sua personale ricerca della bellezza. Con i suoi fili colorati tesse trame che accendono gli oggetti che riveste, e lo sguardo di chi li scopre. Un messaggio positivo che nasce da uno sguardo aperto sul mondo.
  
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– Come ha avuto inizio la tua attività di yarn bomber?
  
Vivevo a Buones Aires già da parecchi anni, parliamo degli anni precedenti al 2010, e ricordo che vidi alla televisione un programma in cui una ragazza lavorava a maglia e ricopriva degli alberi. Ebbi come un’illuminazione e ricordai che si trattava di qualcosa che sapevo già fare, grazie a mia madre. Fu un vero colpo di fulmine. In quel periodo dipingevo molto ma ero stanca di passare molto tempo da sola per farlo ed era impegnativo vendere i miei quadri. Per esporre era necessario pagare, e la sensazione era quella di lasciare i miei dipinti dietro la porta. Quello per la pittura è un grande amore – mi sono laureata in Belle Arti a Santiago del Cile – e dipingo ancora, oltre a insegna-re disegno. Però in quel periodo smisi, iniziai a lavorare all’uncinetto insaziabilmente e se non sapevo fare qualcosa, lo imparavo su Youtube. Applicavo ciò che facevo alle piante, dapprima nel giardino di un’amica, poi per un negozio, e infine nel Parco del quartiere Palermo. Era particolar-mente bello e gratificante, la gente andava a fare yoga sotto il “mio” albero. Lo sceglievano come location per i servizi di moda. Poi lavorai in altre zone della città. Difficile non rimanere incantati da una cosa così fuori contesto e al tempo stesso armoniosa, naturale. Mi fu subito chiaro che ciò che facevo suscitava la gioia nelle persone.
  
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– Com’è stato il ritorno qui in Italia? E’ stata diversa la reazione della gente alle tue opere?
  
Sono rientrata a Treviso da circa tre anni, dopo oltre trentacinque passati all’estero. Non è stata una vita facile, spesso non sai quale sia la tua città. Alcuni vedono nelle mie opere l’influenza del Sud America, inconsciamente è così. I colori che scelgo riflettono il mio stato d’animo e amo sentirmi leggera, libera di esprimermi. Le persone hanno reagito molto positivamente anche in Italia, anche se con più resistenza. Ricordo che un giorno andai con un’amica a rivestire una sfera davanti alla stazione dei treni e arrivò la polizia. Dopo aver spiegato all’agente cosa stessi facendo, non ebbe niente da ridire se non che, in effetti, anche sua madre lavorava a maglia. Altre installazioni però sono state strappate o tolte.
  
– In base a cosa scegli i luoghi o gli oggetti su cui intervenire?
  
Amo molto gli alberi. Mi piace rivestirli perché sono vivi, perché comunicano alle persone più di quanto faccia un oggetto inanimato, come una panchina. Le piante parlano alla gente, come lo fa l’arte. Con il mio lavoro, è come se la mia galleria d’arte fosse all’aperto. A Treviso, ad esempio, ho lavorato con grande soddisfazione lungo la passeggiata che costeggia il Sile, la Restera, un luogo molto caro agli abitanti e pieno di alberi. Mi è capitato di “fare” tanti alberi per un film con Will Smith, Focus, e tanti in arancione e bianco per un video di un famoso aperitivo. Ma è sentire la gente esclamare “questa è arte!” di fronte a un alberello di città rivestito, la vera soddisfazione. La cosa per me più importante è riuscire a dare risalto a cose che altrimenti la gente non noterebbe, e creare bellezza. Mi piacerebbe anche fare un’installazione molto grande, come non l’ho mai fatta. In strada, in ogni caso, perché è qui che si arriva al cuore della gente.
  
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