INTERVISTA A
ENRICA
CAVARZAN

Persone

Un’incursione nel mondo del design attraverso le parole di chi lo vive, e lo fa. Enrica Cavarzan è una designer italiana, fondatrice con il suo compagno nel lavoro e nella vita, Marco Zavagno, di Zaven: un laboratorio di ricerca creativa nell’area industriale di Marghera, affacciata sulla laguna di Venezia, in cui design, grafica e comunicazione s’intrecciano indissolubilmente e danno vita a una progettualità multidisciplinare tra le più interessanti del panorama contemporaneo. Incontriamo Enrica a Venezia, dove vive da tanti anni: una città-isola al centro di dinamiche produttive, manifatturiere e culturali e, in qualche modo, a suo dire “perfetta”.
  
– Al tavolino di un bar in Campo Santa Margherita, sotto il sole che illumina il viavai incessante di passanti e turisti, Enrica si racconta con grande disponibilità e sicurezza, portatrice di un fascino singolare e di uno stile semplice. Insieme ci imbattiamo nel difficile tentativo di definire il design, anche perché, quando parliamo di design, immancabilmente parliamo anche di contaminazioni culturali con altri ambiti disciplinari…
  
E.C. Certo. Si tratta sicuramente di una difficile definizione. In pratica, è design qualsiasi cosa vediamo, tocchiamo, usiamo. Per me, “design” è una parola aperta, come aperto è l’interesse nei confronti delle arti applicate, che definisce tantissimi livelli di progettualità. Già nel mio percorso di studi la materia era suddivisa in due parti: design di prodotto e graphic design. Due aspetti distinti, ma profondamente legati, così come nel mio lavoro di ogni giorno. Dopo la laurea in Disegno Industriale e un’esperienza di lavoro in uno studio di allestimenti, ho frequentato un corso d’arte contemporanea, sublimando una passione che ho fin da ragazzina, quando sognavo di iscrivermi al Liceo Artistico. I miei genitori però, allora non me l’hanno permesso (ride). Questa preparazione eterogenea e la vicinanza a Venezia mi hanno portata a collaborare a diversi progetti artistici e a lavorare come grafico presso la Biennale. Con la nascita dello studio insieme a Marco è stato spontaneo poi occuparci di design a trecentosessanta gradi, intendendo con questo tutte le discipline a cui esso viene applicato: industrial e product design, interior design, fashion design… È in ognuno di questi ambiti che si riconosce il nostro segno, la nostra identità. Se ad esempio disegno un vaso, è importante capire quale potrebbe essere il packaging, il modo e il luogo adatto in cui presentarlo, il target a cui proporlo, il tipo di scatto fotografico con cui comunicarlo e promuoverlo. Bisogna creare questo immaginario. Per me, è una cosa necessaria quanto spontanea: il progettista, o designer, deve avere una visione, sia del singolo oggetto che del contesto in cui esso vive. Ecco perché quando parliamo di design parliamo anche di comunicazione. E viceversa. La multidisciplinarietà non è un valore aggiunto, ma un ingrediente sostanziale del mio lavoro.
 
enrica-cavarzan_02 

– Qual è la differenza più grande tra i progetti di design e quelli più marcatamente di grafica o comunicazione?
  
Sicuramente la differenza principale è il tempo. Mi piacciono i progetti racchiusi in un tempo. Quelli di grafica hanno un tempo breve, molto immediato: la loro realizzazione dura qualche mese, e vedi subito il risultato. Nel design il processo dura anche anni, com’è stato il caso dell’installazione per Nike, The nature of motion, curata da Marco Velardi e presentata l’anno scorso al Salone del Mobile, un’installazione luminosa ispirata alla bellezza di un atleta in movimento. Ma è dall’alternanza di questi tempi diversi che traggo soddisfazione. Io non voglio annoiarmi, né diventare “solo” una designer di tavoli e sedie (ride). Sarebbe difficilissimo.
  
– Design e arte: un binomio controverso fin dagli anni ’70. Il tuo è un lavoro artistico?
  
Artistico, no. Anche l’arte è, oltre a una grande passione, un fertile terreno di ricerca poiché offre suggestioni. Ma io non sono un’artista. La differenza sostanziale tra arte e design è che l’arte pone delle domande e non cerca, né dà, risposte; mentre il design è la risposta specifica ad una domanda precisa.
  
– Viviamo in una modernità liquida, vittime partecipi di un consumismo che ci ricopre di oggetti di varia utilità e qualità, sempre di più breve durata. Si parla spesso di design etico. Per te, cos’è?
  
C’è l’esigenza di una presa di coscienza storica e il design ci può aiutare nella maggiore consapevolezza del mondo in cui stiamo vivendo. La modernità impone un orientamento all’eco-sostenibilità, concetto “magico” e anche assurdo, pieno di contrasti, considerato che ancor oggi per rendere qualcosa ecosostenibile si inquina di più di quanto non si farebbe trovandola in natura. Il design, secondo me, deve sensibilizzare le persone non tanto come singolo oggetto, o come singola azione, ma come coscienza di vita.
 
enrica-cavarzan_03 

– Il design italiano, insieme alla moda, ci contraddistingue nel mondo. Perché?
  
Innanzitutto per il saper fare, in particolare quello dei nostri artigiani. In nessun altro posto al mondo ci sono una qualità e una disponibilità così alte di lavoro artigianale. Si tratta di tradizioni familiari tramandate di generazione in generazione. E poi sicuramente il livello della cultura progettuale.
  
– Venezia, si capisce, ti piace; ma se dovessi vivere in un altro luogo? C’è un posto dove vorresti andare, che ancora non conosci? O che ti ha lasciato qualcosa di speciale…?
  
Amo moltissimo vivere a Venezia, e viaggiare partendo da qui. Vado spesso a Londra, mi dà energia. Forse è li che vivrei. Oppure a New York, l’adoro. Sono città con tempi diversi dai nostri, più rapide, frenetiche. Forse per questo mi piacciono. Tra le mie prossime destinazioni ci sono sicuramente il Giappone, che mi attrae davvero tanto, e la Russia, che per il momento conosco solo attraverso l’arte, grazie ad un progetto in corso in collaborazione con V-A-C Foundation, al Palazzo delle Zattere. Tra qualche giorno terremo anche un workshop all’Università di Design di Gerusalemme, chi lo sa…
Un’esperienza fortissima nel passato è stata la residenza artistica presso la Fondazione Sindika Dokolo, una fondazione culturale con sede a Luanda, in Angola, che si occupa di promuovere una delle poche collezioni d’arte con sede in Africa.

  
– Cosa ti piacerebbe riuscire a progettare?
  
Mi piacerebbe riuscire a raccontare il futuro nel presente, come accade ai bravi artisti. Vorrei disegnare qualcosa che un domani funzioni, che abbia senso e valore. E nell’oggi, mi piacerebbe che ogni cosa fosse progettata da qualcuno che pensa. Invece sembra che tutti possiamo fare tutto, è un grande errore.
  
– Una cosa che ti rilassa.
  
Cucinare, e tagliare le verdure. Essendo nata in campagna, in cucina non è tanto quello che compro che ha valore, ma quello che faccio.
  
– Ray e Charles Eames, Afra e Tobia Scarpa, Lella e Massimo Vignelli, Robin e Lucienne Day. In nessun’altra disciplina ci sono coppie altrettanto numerose, e anche voi ne siete una testimonianza. C’è un diverso modo di porsi di fronte ad una problematica di progetto? E si tratta di un vantaggio per la coppia, nel lavoro così come nella vita?
  
Queste sono tutte coppie di riferimento per noi, anche per aver indagato tante tipologie di progetto. Noi due, nello specifico, abbiamo un approccio più tecnico, lui, e un approccio più attento all’aspetto formale, io. Ma è l’intercambiabilità dei ruoli, la nostra vera ricchezza.
  
www.zaven.net
  
Note:
1 – Fritto Misto, collezione di oggetti per Maison203
2 – Pila, collezione di vasi in ceramica, edizione limitata
3 – Lola, sedia in legno per Atipico
4 – The nature of motion, per Nike
5 – Boccia, collezione di tre bottiglie in vetro per Atipico
6 – Unbroken, collezione oggetti in fibra di vetro

QUESTO SITO UTILIZZA COOKIE: CONTINUANDO LA NAVIGAZIONE SE NE ACCETTA L’UTILIZZO. SE VUOI SAPERNE DI PIÙ CLICCA QUI OK