Contaminazioni

L'AUTENTICO DINTORNO:
È LA STREET
PHOTOGRAPHY

Contaminazioni

INTERVISTA A BENEDETTA FALUGI, UNA MODERNA FLÂNEUSE
  
La fotografia sta vivendo un momento d’intensa fortuna e vivacità, critica ed espressiva. I luoghi dell’arte ospitano sempre più frequentemente mostre e collezioni fotografiche, mentre nascono e si moltiplicano i festival e le rassegne tematiche. Fioriscono anche i premi e i riconoscimenti volti a valorizzare l’opera dei giovani che scelgono di adottare questo mezzo espressivo, in una continua ricerca di catalogazione e di definizione della pratica, o dell’arte, fotografica. È in questo contesto che si inserisce il successo di alcuni generi accomunati da una tendenza alla narrazione e all’approccio soggettivo, tra i quali la Street Photography. La fotografia di strada sfugge alle definizioni, abbracciando stili e temi anche molto differenti tra loro, uniti dalla volontà di ritrarre da vicino la realtà raccontandola nella sua varietà più autentica e intrigante. Per differenziarla dalla fotografia di viaggio e di reportage, in cui spesso sconfina, i critici tendono a sottrarla dal campo della progettualità, evidenziandone il carattere istintivo e più “candid”, mentre per distinguerla dalla fotografia artistica più pura si tende a sottolineare i suoi intenti documentaristici e sociali. Emerge infatti come questo tipo di fotografia sia votata a restituire un quadro coerente della vita “tout court” ritratta nei luoghi pubblici, uno spazio (non necessariamente una strada) in cui leggere i segni dell’interazione tra l’uomo e il contesto sia esso una via, un giardino, una spiaggia, un edificio, un dettaglio.
  
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L’occhio dello street photographer è quindi un occhio rivelatore di umanità capace di vedere l’insolito nel quotidiano e di catturare il momento cogliendone gli aspetti più intimi, comici o drammatici. Per questo la Street Photography appare estremamente democratica, se non addirittura anarchica. Un’impressione amplificata dall’assenza di regole formali e strumentali, di un rigido codice visivo. La Street appare svincolata dai canoni classici e accademici della fotografia, perseguendo l’obiettivo primario di raccontare ciò che il fotografo ha imparato a prevedere osservando il genere umano. “Le regole della fotografia non mi interessano” professava William Klein, il primo grande rivoluzionario della storia della fotografia di strada, definito un anti-fotografo per il suo approccio da autodidatta e la sua impostazione, opposta a quella dei grandi maestri del secolo scorso quali Henri Cartier Bresson ed Elliott Erwitt. Un difensore delle proprie e altrui “stonature” fotografiche: grana esasperata, tagli senza remore, contrasti esagerati. La voglia di strada è quindi voglia di vita, di libertà, fuori dagli schemi. Traguardi da raggiungere semplicemente vagando, come un flaneur senza meta, in un processo di deriva: un processo di raccolta di informazioni e sensazioni che ci aiutano ad intendere lo spazio in cui ci siamo “persi”. “L’unico modo che conosco per affrontare un posto nuovo è camminare… e poi guardare ancora, cercando di mantenere la fiducia che l’incognito, l’inaspettato o il cuore segreto di ciò che già conosci, ti aspetti dietro l’angolo” diceva Alex Webb. Una regola non scritta, o meglio un’anti-regola interpretata individualmente da tutti i più importanti esponenti street tra cui (oltre ai citati fin qui) Vivian Maier, Mary Ellen Mark, Garry Winogrand, nel passato, e Mary Cimetta, Eric Kim, Nick Turpin, Martin Parr, Lucas Vasilikos e tantissimi altri nel presente.
È evidente come la Street Photography sia tuttora un territorio per lo più maschile, nonostante abbia molti elementi in comune con l’estetica e l’universo femminili. Giuliana Traverso, parlando di fotografia al femminile diceva che “la grande differenza della donna fotografa è che sa guardarsi dentro prima di iniziare a guardarsi fuori”.
  
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Benedetta Falugi, una delle giovani fotografe street (e non solo) italiane, ribadisce il valore introspettivo del suo lavoro raccontandoci la sua esperienza sul campo.
  
Quando scatto mi faccio guidare dal mio istinto, e dal mio umore. A volte, quando mi sento più leggera, colgo qualcosa che mi fa sorridere e divertire; al contrario, se mi sento malinconica, il mio occhio cattura più facilmente scene nostalgiche. Quello che ritraggo è quello che sono. E fotografare ha sempre avuto un effetto terapeutico su di me, è un modo per conoscermi.
  
– Come hai scoperto questa passione? E come l’hai alimentata?
  
La fotografia è stata una scoperta quasi casuale, ma folgorante dal principio. Da quando ho comprato una piccola macchina compatta per fotografare dei vecchi mobili e aiutare così mia madre nel suo negozio d’antiquariato. Da quel primo “incontro” è nata una grande storia d’amore. Camminavo per ore, sola, perdendomi e fotografando moltissimo. Ho avuto presto voglia di saperne di più e ho cominciato a studiare, ad avvicinarmi ad altri fotografi, a frequentare le librerie e i siti web come Flikr.
  
– Moltissime delle tue fotografie sono ambientate sulla spiaggia, nella natura, in acqua, piuttosto che sulla “strada”. Perché?
  
Spesso sono i luoghi che conosco bene a ispirarmi. La spiaggia è uno dei luoghi della mia infanzia, essendo cresciuta a Follonica, in provincia di Grosseto. E con il mare ho un rapporto particolare, una forte attrazione fin da bambina. Amo la sensazione di isolamento dal resto del mondo e l’intensa la percezione di se stessi e delle proprie emozioni, sott’acqua. A volte sento una vera e propria esigenza di tuffarmici dentro, come un atto liberatorio. Non è molto diverso dalla necessità che sento di fotografare, sia sotto o sopra la sua superficie. È cominciato tutto sulla spiaggia come un gioco, una “caccia” che io e un mio amico facevamo alle persone più interessanti che frequentavano i nostri lidi. A volte uno di noi distraeva il soggetto e l’altro scattava indisturbato. Poi sono diventata più solitaria e selettiva. Per questo prediligo l’analogico al digitale. Mi aiuta a pensare di più e a essere sintonizzata su ciò che vedo, che mi affascina.
  
– Quali altri luoghi, o soggetti, ti affascinano?
  
Non mi pongo limiti. Ultimamente sento la necessità di uscire dalla mia “comfort zone”, cioè quelle foto che ho fatto e rifatto, che sono diventate quasi troppo facili, e ho voglia di guardare avanti, andare oltre. La fotografia di strada in sè racconta una storia, la nostra, quella di oggi, che ci definirà domani riguardando quelle immagini. Continuerò a guardarmi dentro e a osservare il mondo fuori, mantenendo sintonizzati cuore, occhio e dito sul pulsante di scatto.
  
CHI È BENEDETTA FALUGI
  
Benedetta Falugi è una fotografa toscana. Ha studiato fotografia attraverso diversi workshop e come autodidatta. Colori tenui e atmosfere ovattate, attimi di vita fuori dal tempo, persone che raccontano una storia: Benedetta Falugi ha la capacità di vedere oltre, tratteggiando con ironia la realtà. Il suo lavoro è pubblicato in diversi magazine ed esposto in varie mostre sia personali che collettive. Tra i suoi clienti: Visa (New York), Nokia (United Kingdom), i marchi di moda Mal Familie e Noodle Park (Italia). E’ membro del collettivo di street photography InQuadra.
  
https://www.benedettafalugi.com
https://www.flickr.com/people/benedetta_f/
http://www.inquadra.org/members/benedetta-falugi/

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