Contaminazioni

TUTTO IL MONDO
È PAESE, IL NOSTRO
IL VILLAGGIO
GLOBALE E
L’EVOLUZIONE
DELL’ETNICO

Contaminazioni

“Tutto il mondo è casa mia, faccio mia la sua poesia” cantava Patty Pravo da un 45 giri, nel 1977. In quegli anni, in Occidente, lo stile etnico era ancora una forma di espressione anticulturale, perlopiù associata ai cosiddetti “figli dei fiori” e alla rivolta anti-borghese.
  
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Una tendenza percepita come una filosofia di vita hippy e alternativa, evocativa di terre e culture lontane non meglio precisate – specialmente indiane – verso cui i giovani dei paesi più avanzati sciamavano alla ricerca di una dimensione spirituale diversa, più ricca. E da cui tornavano importando tessuti, abiti, oggetti e complementi d’arredo artigianali. Solamente qualche decina d’anni più tardi, a partire dagli ’80, l’etnico generalizzato – senza cioè il riferimento a una specifica tradizione di appartenenza – sarebbe diventato raffinato e di gusto, e in quanto etno-chic si sarebbe rivelato uno dei mezzi stilistici più sfruttati e amati. In realtà la moda osservava e assorbiva influenze dai paesi lontani già da qualche decennio, specialmente dall’Africa, terra vastissima e misteriosa, fonte di spunti originali e dunque irresistibile. Nel 1947 Christian Dior aveva pioneristicamente disegnato due modelli ispirati al continente nero, chiamati “Jungle” e “Afrique”, ambientandovi nello stesso anno la campagna del profumo Miss Dior. Nonostante il predominio del gusto europeo e della moda occidentale, l’Africa iniziava così a salire in passerella. Vent’anni più tardi, nel 1967, Yves Saint Laurent disegnava un’intera collezione “africana”, che chiamò Bambara, sotto l’influenza della scoperta di Marrakech, una città che si sarebbe rivelata fondamentale nella sua produzione artistica. Proprio da quella “folgorazione”, sarebbe nata in lui la passione per l’artigianato, l’arte, le atmosfere, gli usi, i costumi e i colori del Maghreb, trasferiti poi nelle sue creazioni. Un connubio tanto prezioso da spingere la Fondazione Piere Bergé-Yves Saint Laurent a inaugurare nella città rossa, poche settimane fa, un museo in onore dello stilista e del suo compagno con più di cinquemila abiti, oltre ad accessori, libri e gioielli. Contemporaneamente a Yves Saint Laurent, alla fine degli anni ’70, anche il giovane Valentino Garavani presentava una collezione ispirata alla savana con tessuti stampati a motivi giraffa e zebra.
  
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È con l’inizio del nuovo millennio, tuttavia, che le cose cambiano radicalmente, delineando una nuova geografia e l’emergere di una moda globale, pluralistica, con un’intensità di contaminazioni senza precedenti. Qualcosa di simile si era verificato nel Settecento, quando si erano diffuse in Europa le prime chinoiseries, le cotonine indiane, i banyan o gli scialli in cachemire. Ma fu l’apertura dei nuovi mercati, e in generale il fenomeno della globalizzazione, a trasformare definitivamente il mondo in un villaggio globale multiculturale, annullando le distanze e le differenze, favorendo il mescolamento di ogni tipo di linguaggio espressivo, codice e stile. E avendo ripercussioni fondamentali sulle contaminazioni dei mondi della moda, del design, della musica, dell’arte in generale. L’etnico, inteso come esotico e diverso, assume ora un nuovo significato, e la visione eurocentrica che intendeva la moda come prerogativa del vestire occidentale e il costume etnico come “altro”, scompare. Il termine stesso, che si riferisce al legame, per tradizione e tipicità, a una nazione, un popolo, o una regione in particolare, si evolve fino a coincidere con la moda stessa.
  
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Tutta una serie di costumi considerati etnici, compreso ad esempio il folk, europeo, o il cow boy, americano, divengono parte integrante del nostro modo quotidiano di vestire, e apparire. Come moda e stile si confondono, etnico e moda si fondono dando vita a una nuova tendenza “fusion”, o “worldhood”. Oggi, essere cittadini del mondo significa poter – e saper – accostare stili e culture diverse, nella moda come nel design. Il melting pot del nuovo millennio passa attraverso abiti e accessori che s’ispirano ai costumi e agli usi di popoli lontani, oppure che sembrano usciti dagli armadi delle nostre nonne. Una libertà pluralista che, per quanto concerne la moda, include ispirazioni o vere e proprie riproduzioni di capi come il sari indiano, il kimono giapponese, l’hanbok coreano, il thobe arabo, il qipao cinese, fatti sfilare sulle passerelle europee e di tutto il mondo. Allo stesso modo in cui, nelle nostre case, entrano e si accostano stoffe indiane, sete tailandesi, ceramiche giapponesi, utensili tunisini, mobili indonesiani o statue tribali africane. Un caleidoscopio culturale che si esprime anche in cucina, dove la scelta delle pietanze e dei metodi di cottura particolari provenienti da terre lontane danno origine a nuovi stili di consumo e a nuove abitudini all’insegna del fusion.


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