Contaminazioni

UN VIAGGIO
A COLORI
Contaminazioni

All’interno dello splendido chiostro dell’Abbazia di San Michele Arcangelo a Lamoli di Borgo Pace, in provincia di Pesaro e Urbino, si trova il Museo dei Colori Naturali “Delio Bischi”, un piccolo scrigno di saperi sui colori naturali e la loro evoluzione nella storia dell’uomo. L’interesse in questo luogo nei confronti dei pigmenti, gli elementi principali costituenti i colori, nasce dalla posizione dell’abbazia benedettina, inserita nell’Alta Valle del fiume Metauro, in una delle principali vie di comunicazione a cavallo tra Roma e Urbino, centro nevralgico per il commercio tra il 1400 e il 1600. E dal fatto che proprio nel territorio del Montefeltro, lembo di terra marchigiana ai confini con la Toscana e la Romagna, il Dott. Delio Bischi riscoprì tra gli anni ’70 e ’80 alcune macine utilizzate per lavorare le foglie di Isatis tinctoria, un’antica pianta più conosciuta come guado. Questa era utilizzata per le sue proprietà tintorie in virtù della straordinaria profondità di blu che riesce a dare, tanto da meritare il soprannome di “oro blu”. La pianta, apprezzata dai Romani anche per le sue proprietà medicinali, ebbe il suo periodo di massima diffusione nel tardo Medioevo quando proprio in queste zone ne iniziarono importanti colture, ed è ora al centro di un’interessante riconsiderazione come risorsa ecocompatibile in molti paesi d’Europa. Guado era il cilestre del “rigatino”, l’abito della festa del contadino marchigiano, il “pastel” di Gobelins, famosa manifattura francese di arazzi fondata a Parigi nel 1662 da Luigi XIV, il blu delle tovaglie e dei velluti rinascimentali, la firma distintiva dei dipinti di Piero della Francesca o di Salimbeni. Anche Leonardo ne dà una breve e colorita descrizione nel suo Codice Atlantico. Purtroppo, data la complessità del processo di lavorazione del colore, solo i nobili potevano permettersi di tingere gli abiti, i velluti degli altari, i drappi e le tovaglie. E inoltre, con l’arrivo da oltre oceano di un altro importante pigmento di maggior resa e convenienza, l’indaco, questo commercio iniziò a declinare fino a scomparire.
Nel territorio marchigiano sono state rinvenute quasi un centinaio di macine da guado, studiate e catalogate proprio da Bischi, a cui il Museo è stato intitolato ad honorem. Una di queste è esposta nei pressi del monastero, mentre moltissime altre sono state interrate o relegate ai margini dei campi, o ancora inserite in architetture sacre. È proprio il Museo dei Colori che oggi, grazie alla collaborazione con enti pubblici e società private, ha finalizzato le tecniche per la produzione del colorante, permettendo al guado di tornare a fiorire nelle campagne e ad essere partecipe di una produzione regionale su piccola scala.
  
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La riscoperta del guado rappresenta quindi il punto di partenza per un ritorno alla cultura dei colori naturali, per un approfondimento storico sul loro utilizzo e sull’impatto che questo ebbe sull’evoluzione dell’uomo e della società. Già l’homo sapiens, ultimo protagonista della scena preistorica, usava macinare con le pietre le terre colorate, i vegetali e le conchiglie per ottenere sostanze con cui dipingere le pareti di grotte e caverne. L’arte di tingere le fibre tessili con estratti vegetali è invece strettamente connessa alla scoperta della corda, prima, e alla filatura e tessitura, poi. La pratica della tintura naturale risale infatti a circa quattromila anni fa ma le tecniche per ottenere i pigmenti erano ben conosciute anche prima, in particolar modo presso gli Egizi e in Cina. In epoca classica, a partire dall’ottavo secolo a.C., si trovano indicazioni sull’utilizzo delle piante officinali tintorie nei testi di Galeno, Plinio e Dioscoride, mentre già lo stesso Giulio Cesare aveva citato nel suo “De Bello Gallico” proprio il guado, unica fonte da cui ricavare il blu. L’arte di preparare e usare i colori vegetali raggiunse l’apice nel XV secolo, accompagnata dal progresso culturale e dalle nuove possibilità offerte dal commercio con il Nuovo Mondo. Nel continente erano impiegate a questi fini oltre duecento piante tra cui la ginestra, il cartamo, l’ortica e lo zafferano. A Venezia, città favorita dai contatti con il mondo arabo, nacquero i migliori coloristi, utilizzatori di una gamma di colori vastissima dalle tinte brillanti e luminose. Alla fine del 1700 nacquero vere e proprie scuole di tintura ma la sperimentazione si avviava già verso l’impiego di prodotti chimici ausiliari, sostituendo lentamente ai Maestri Tintori una nuova classe di chimici specializzati, parallelamente alla crescita industriale. Lasciando spazio a colori inventati dall’uomo, di cui spesso è il primo a non saperne riconoscere il valore.
Nell’area adiacente il chiostro del Museo si trovano oggi le coltivazioni sperimentali delle erbe officinali tintorie e al suo interno è possibile partecipare a laboratori didattici ed esperienze pratiche sui metodi di estrazione e preparazione del colore. Un invito a riscoprire un nobile ed antico tesoro.
  
Museo dei colori
Oasi San Benedetto
Via dell’Abbazia 7, Lamoli di Borgo Pace (PU)
Tel. 0722.80133 – lamoli@oasisanbenedetto.it
  
www.oasisanbenedetto.it
  
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Note:
  
Copertina. Colori naturali in polvere
01. “Macina Guati”
02. Marco Fantuzzi nel laboratorio
03. Cartelle colori rosso di robbia

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